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L’organizzazione per i diritti umani Hrana, con sede negli Stati Uniti, ha dichiarato di aver accertato la morte di 2.571 persone durante le proteste in Iran, riporta Reuters sul suo sito Tra queste, 2.403 manifestanti, 147 persone affiliate al governo, 12 minori di 18 anni e nove civili non partecipanti alle proteste.

Sono ore decisive per il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump, chiamato a confrontarsi con un dilemma ormai difficilmente eludibile: intervenire militarmente contro la leadership iraniana, come lasciato intendere nel post pubblicato su Truth Social il 2 gennaio quando ha dichiarato che gli Stati Uniti sono “locked and loaded” (pronti all’azione) oppure restare ai margini, sperando che le rivolte popolari in Iran possano, da sole, portare al collasso del regime.
Se Trump decidesse di non agire, il costo sarebbe innanzitutto politico e reputazionale. Dopo aver tracciato una linea rossa pubblica, l’inazione rischierebbe di erodere la credibilità americana nella regione. In Iran, parte della mobilitazione popolare sembra aver trovato una nuova speranza proprio nella percezione che Trump rappresenti una leva esterna contro i regimi autoritari: in diverse città si registrano slogan e cartelli che invocano un intervento statunitense, con messaggi come “Trump, simbolo di pace: non lasciate che ci uccidano”. In questo contesto, un passo indietro verrebbe letto come un tradimento delle aspettative.
L’ambasciatore iraniano all’Onu, Amir Saeid Iravani, ha inviato una lettera al Segretario Generale Antonio Guterres nella quale attacca gli Stati Uniti e Israele. «Gli Stati Uniti e il regime israeliano hanno una responsabilità legale diretta e innegabile per la conseguente perdita di vite di civili innocenti, in particolare tra i giovani», ha scritto nella lettera.