L’invito è arrivato sul tavolo di Palazzo Chigi in una settimana tesa dal punto di vista diplomatico. Gli Stati Uniti hanno chiesto all’Italia di aderire, come membro fondatore, alla International Stabilization Force (Isf) per Gaza, la forza multinazionale prevista dal piano sostenuto da Washington per la fase «post-conflitto» nella Striscia. Secondo Bloomberg, la proposta è stata presentata alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. La decisione politica non è stata ancora presa e, sempre secondo le stesse fonti, l’Italia non contribuirebbe con truppe ma con un impegno di addestramento della futura polizia di Gaza e con il proprio peso politico nei canali con Israele, Paesi arabi e leadership palestinese.
Sul piano formale, Washington non ha confermato nei dettagli l’invito a Roma: la portavoce della Casa Bianca Taylor Rogers, interpellata, non ha specificato se l’Italia abbia ricevuto una richiesta, limitandosi a dire che «gli annunci sull’Isf arriveranno presto», mentre un funzionario statunitense ha indicato che diversi Paesi hanno manifestato interesse e che gli Stati Uniti sono in trattative con nazioni partner. Da parte italiana, l’ufficio di Meloni non ha commentato e la Farnesina non ha risposto alle richieste di chiarimento riportate dalle agenzie.
Che cos’è la Isf
La cornice di riferimento è la Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, adottata il 17 novembre 2025, che ha autorizzato gli Stati membri che operano con il Board of Peace (BoP) e lo stesso Board of Peace a istituire una «temporary International Stabilization Force» a Gaza. Nella documentazione delle Nazioni Unite la missione è stata collegata a un piano a fasi: cessate il fuoco, meccanismi di transizione e ricostruzione, demilitarizzazione e costruzione di forze di sicurezza locali «vetted», cioè selezionate e sottoposte a controlli.
Le funzioni attribuite alla Isf andrebbero dal supporto alla sicurezza alla protezione dei civili e delle operazioni umanitarie, fino al lavoro sui valichi e sulle aree di confine, e soprattutto all’addestramento e sostegno a una nuova polizia palestinese destinata ad assumere responsabilità di lungo periodo nell’ordine pubblico. Già nella fase negoziale di novembre 2025 si parlava di un mandato potenziale che includeva la stabilizzazione «anche attraverso la demilitarizzazione» di gruppi armati non statali e la «permanent decommissioning of weapons» («smantellamento permanente delle armi») «as necessary» («se necessario»), oltre alla tutela dei corridoi e delle attività umanitarie.
È proprio qui il punto che interessa Roma: l’ipotesi di un contributo non «combat» («non operativo») ma di formazione, in particolare tramite l’Arma dei Carabinieri, una forza spesso impiegata in contesti di rafforzamento delle capacità e addestramento di polizie locali nelle missioni internazionali. L’orientamento era emerso già nell’autunno 2025, quando a novembre il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva detto che l’Italia era disponibile a fornire carabinieri per addestrare le future forze di sicurezza palestinesi «quando tutto sarà finito», precisando però un limite operativo: l’addestramento non si sarebbe svolto «né a Gaza né a Rafah», ma «in un luogo esterno» per garantire la sicurezza del personale.
