Ecco perché la Fed manterrà i tassi fermi (con cautela)

Il duro scontro tra Donald Trump e Jerome Powell non c’entra. A gennaio, secondo le aspettative degli analisti, la Federal reserve manterrà fermi i tassi – l’obiettivo per i Fed Funds è al 3,50-3,75% deciso l’11 dicembre – sia pure con un orientamento relativamente morbido rispetto al futuro. I dati macroeconomici disponibili possono sostenere questa decisione, a patto che si adotti qualche cautela: l’obiettivo dell’inflazione e quello della massima occupazione potrebbero entrare in conflitto, soprattutto se non sostenuti da un’accurata analisi delle cause sottostanti. A dicembre le previsioni per fine anno dei governatori sul costo ufficiale del credito a brevissimo termine esprimevano una mediana del 3,25-3,50% e una media appena più vicina al 3,25%: solo un mese e mezzo fa, quindi, la situazione faceva “statisticamente” prevedere solo un nuovo taglio dei tassi.

Inflazione a livelli non ottimali

INFLAZIONE USA – INDICE PCE

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L’inflazione non è ancora del tutto sotto controllo. Resta in quell’area appena al di sopra dell’obiettivo del 2% che i banchieri centrali – in base ad alcune recenti ricerche – temono di più, perché potrebbe anche preparare una nuova fiammata. L’ampia raccolta di dati sull’inflazione sottostante della Fed di Atlanta appare marginalmente migliorata rispetto a qualche mese fa, ma la situazione non è ancora tranquillizzante. Soprattutto non è ancora possibile stabilire se i prezzi stiano davvero rallentando: i dati dell’indice Pce, punto di riferimento della Fed, sono fermi a novembre, e l’assenza di informazioni statistiche più recenti ha aumentato l’incertezza sull’andamento dell’inflazione, spingendo la Federal Reserve a privilegiare una strategia di attesa, che riduce il rischio di un allentamento prematuro ma accresce quello di un eccesso di restrizione.

Segnali ambigui dalle aspettative

ASPETTATIVE DI INFLAZIONE A UN ANNO

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Le aspettative di inflazione di lungo periodo hanno mostrato un leggero rialzo, nell’ultimissima fase: i breakeven a cinque anni sfiorano ormai il 2,5%, dopo essere scesi fino al 2,22% il 26 dicembre. Sono numeri relativamente bassi, ma il rialzo è stato piuttosto veloce. Non è escluso, però, che siano in gioco altri fattori, come i premi al rischio e alla liquidità (anche se i rendimenti nominali di medio-lungo periodo sono in lieve rialzo): gli inflation rate swap 5y-5y sono invece in flessione, e si riavvicinano al due per cento. Restano significative, però, le aspettative di inflazione a un anno misurate dall’indice della University of Michigan, calcolato attraverso sondaggi, che sono pari al 4,2%.
La diagnosi sull’inflazione fa fatica a distinguere l’effetto dei dazi voluti da Trump, che sono uno shock sul lato dell’offerta e che, secondo l’impostazione tradizionale della politica monetaria – contestata in questa fase, per esempio, dalla Bce – tendono a essere trattati come variazioni temporanee dei prezzi relativi, finché non producono effetti diffusi sull’inflazione complessiva. Nel caso della guerra in Ucraina, però, la natura inizialmente ambigua dello shock e l’incertezza sulla sua persistenza contribuirono a ritardare l’inasprimento della politica monetaria, che avvenne solo quando l’aumento dei prezzi aveva iniziato a generalizzarsi.

I salari aumentano rapidamente

SALARI ORARI ANCORA IN CORSA

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Le pressioni sull’inflazione, intanto, non diminuiscono. L’incremento dei salari orari è ancora sostenuto, e in alcuni settori potrebbe rallentare il processo di disinflazione attraverso l’aumento dei costi operativi, anche se l’entità e la generalizzazione di questo meccanismo restano difficili da quantificare. È una buona notizia per le famiglie Usa che devono recuperare il potere d’acquisto – anche se ci sono molte diseguaglianze nascoste dietro queste medie – ma una preoccupazione per le banche centrali che devono tenere sotto controllo l’inflazione.

Assunzioni in flessione

ASSUNZIONI IN DIFFICOLTÀ

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Le cose si complicano quando si valuta anche l’andamento delle assunzioni. La Federal reserve sta osservando da tempo, e con molta attenzione, il mercato del lavoro, caratterizzato da una minore domanda (le imprese sono incerte, anche per la politica dei dazi) e da una minore offerta (a causa dei limiti all’immigrazione). Il tasso di disoccupazione varia poco, ma la combinazione di una domanda di lavoro in rallentamento e di una riduzione dell’offerta viene indicata dalla Fed come un fattore che aumenta l’incertezza sull’equilibrio del mercato del lavoro. Le assunzioni sono molto volatili, ma anche una semplice media mobile a sei mesi rende evidente la tendenza al ribasso. La Federal reserve ha due obiettivi, anche se di fatto la stabilità dei prezzi – nell’attuale cornice della politica monetaria – ha la precedenza perché l’inflazione reagisce con relativo ritardo rispetto all’economia. Una frenata dell’occupazione, insieme a un diseguale recupero del potere d’acquisto, potrebbe nel tempo tradursi in una frenata brusca dei prezzi che, anche se benvenuta dai consumatori, potrebbe spiazzare una politica monetaria orientata a una visione simmetrica della stabilità dei prezzi.

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