Diciotto anni sono passati da quel 17 febbraio 2008 in cui il Kosovo adottò la sua dichiarazione di indipendenza dalla Serbia. E dopo quasi un anno di stallo politico, al suo anniversario il piccolo Paese balcanico arriva finalmente con un governo e una maggioranza stabile. Cinque giorni fa il Parlamento di Pristina, uscito dalle elezioni dello scorso 28 dicembre, ha approvato un nuovo governo guidato dal Albin Kurti e dal suo partito nazionalista di sinistra Vetëvendosje (Autodeterminazione) con 66 voti favorevoli e 49 contrari. Le elezioni anticipate del 28 dicembre erano state indette dopo che il partito di Kurti, nonostante la vittoria elettorale del febbraio 2025, non era riuscito a formare un governo.
Diciotto anni di separazione dalla Serbia e un governo stabile potrebbero però non essere sufficienti a spianare la strada alla normalizzazione dei rapporti tra Belgrado e Pristina. Ex prigioniero politico durante il dominio serbo in Kosovo, Kurti ha sempre assunto una posizione dura nei colloqui con il governo della Serbia. Fu con lui al governo, nel 2023, che nei quattro comuni del Nord del Kosovo vennero insediati sindaci albanesi nonostante l’opposizione della maggioranza serba della popolazione. Una mossa, in spregio delle minoranze, che è costata al Kosovo una serie di sanzioni da parte della Ue, tra cui il congelamento degli 882 milioni di euro di fondi stanziati nell’ambito del Piano di crescita per i Balcani occidentali.
Belgrado, dal canto suo, non ha mai voluto riconoscere l’indipendenza della sua provincia più meridionale a maggioranza albanese, il cui governo nei documenti ufficiali ancora oggi viene chiamato le “istituzioni provvisorie di autogoverno di Pristina”. Giusto lo scorso fine settimana il presidente serbo Aleksandar Vucic, dalla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, ha denunciato la nascente alleanza militare tra la Croazia, l’Albania e il Kosovo definendola «la minaccia più grande oggi per la Serbia». Sempre Vucic sostiene che se la pace tra Russia e Ucraina si chiuderà con la cessione di territori da parte di Kiev, allora la Serbia potrà pretendere da Pristina la cessione del Nord-Kosovo.
Oggi 1,6 milioni di kosovari sanno bene che molto del loro futuro passa dall’agganciare l’Unione europea. La domanda di adesione del Kosovo, presentata nel 2022, di fatto non è mai stata valutata. Qualcuno dice che potrebbe essere ripresa in mano nella seconda metà del 2026, sotto la presidenza irlandese della Ue. Sulle chance di ingresso di Pristina pesano però come macigni i cinque membri dell’Unione che ancora non riconoscono il Kosovo come uno Stato, alla pari della Serbia, della Russia e della Cina: sono la Spagna, la Grecia, Cipro, la Romania e la Slovacchia.
La buona notizia è che almeno le sanzioni decise dalla Ue nel 2023 sono finite. Lo scorso 16 dicembre la Commissione europea ne ha annunciato la revoca dopo che nuove elezioni amministrative regolari si sono svolte nei comuni del Nord a maggioranza serba. Per il Kosovo, si tratta di una boccata d’ossigeno finanziario: i primi 216 milioni di euro di aiuti europei sono già stati sbloccati e a breve dovrebbero essere resi disponibili altri 205 milioni. Per un vero salto di qualità nelle relazioni con la Ue, però, Bruxelles chiede che Pristina cambi la sua politica nei confronti della Serbia e attui tutti gli accordi presi con Belgrado. Un passaggio tutt’altro che semplice, come spiega Peter Sørensen, il Rappresentante speciale dell’Unione europea per il dialogo Belgrado-Pristina, la cui nomina è avvenuta giusto un anno fa: «Sono arrivato in una fase politica sensibile sia a Belgrado sia a Pristina. In tale contesto, nessuna delle due parti sembrava avere forti incentivi ad assumersi i rischi politici che ogni compromesso comporta. Di conseguenza, facilitare un incontro ai massimi livelli tra i due non era realistico. Per questo motivo, durante il mio mandato non si è ancora tenuta una riunione del dialogo ad alto livello». Tuttavia, il suo lavoro non si è fermato: «Nonostante i vincoli politici, sono stati compiuti progressi – ricorda Sørensen – è stata inaugurata la Commissione congiunta sulle persone scomparse ed è proseguito il lavoro sulla gestione integrata delle frontiere. Nonostante cicli elettorali e incertezze politiche, insomma, abbiamo preservato i canali di comunicazione. Il futuro europeo sia della Serbia sia del Kosovo è direttamente legato a progressi misurabili in questo processo di normalizzazione».
