Il primo ad accorgersene fu un ingegnere svedese della centrale di Forsmark: troppo alti erano i valori delle radiazioni quel 26 aprile 1980. Dopo due lunghi giorni, l’allora Unione sovietica lo ammise: «si è verificato un incidente nella centrale nucleare di Chernobyl».
Chernobyl
Quarant’anni dopo, resta il peggior disastro mai avvenuto. E nell’attuale crisi internazionale, Chernobyl è anche la memoria della perduta indipendenza energetica. Soprattutto per Italia e Germania, i due grandi Paesi europei senza l’atomo. La Svezia continua ad averlo. Come l’Ucraina, le cui centrali sono finite nel mirino dei russi. O come il Giappone, nonostante l’incidente di Fukushima.
I due referendum
«Se si tornasse ad un referendum, sono relativamente fiducioso». Chicco Testa, da convinto oppositore del nucleare come presidente di Legambiente nell’86, ne è diventato un fervente sostenitore dopo la svolta raccontata nel libro «Tornare al nucleare?» (Einaudi 2008). Oggi che il dibattito vive di nuovo vigore parla di «sondaggi favorevoli per il combinato disposto della crisi energetica, di un atteggiamento più pacato dell’opinione pubblica e della posizione dei giovani. Allora percepivano il nucleare come una tecnologia capitalista al contrario delle rinnovabili». Allora è il 1987 quando dopo le nubi tossiche e il divieto di consumare verdure a foglia larga, l’85% dei partecipanti al referendum sentenziò l’abrogazione delle leggi che facilitavano costruzione e gestione delle centrali. Netta fu la voce degli italiani anche alla seconda consultazione: in un’Italia più appassionata al quesito sul legittimo impedimento, che rimandava ai processi del premier, il 94% dei votanti si espresse contro i progetti del Governo Berlusconi di ritornare al nucleare. Era il 13 giugno 2011. Tre mesi prima, l’11 marzo in Giappone un terremoto seguito da un maremoto determinò a Fukushima l’altro incidente classificato, come Chernobyl, col massimo di gravità sulla scala Ines (International Nuclear and Radiological Event Scale).
La svolta tedesca
Allora anche in Germania ebbe un’accelerazione una Energiewende, svolta energetica, con la decisione di chiudere le centrali nucleari e abbatterle: nel 2023 sono stati spenti gli ultimi reattori; nel 2025 sono state buttate giù le torri di raffreddamento dell’impianto di Gundremmingen in Baviera. All’impatto innescato dalla «Chernobyl del Giappone», secondo la definizione del settimanale Der Spiegel, si unirono contingenze politiche ed economiche: la cancelliera Angela Merkel «aveva bisogno del sostegno dei Verdi e poi- ricorda Testa – c’era una quantità enorme di gas russo a basso costo. Abbiamo pensato potesse durare in eterno. Prima dell’aggressione all’Ucraina, la Germania stava per aprire il secondo oleodotto North Stream. Poi è cambiato il gioco».
Il nuovo dibattito
Così oggi sia in Italia che in Germania il dibattito è ripreso. Il nostro ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, al convegno de IlSole24ore “Transizione energetica e industria del nucleare” (si veda IlSole24ore del 15 aprile) ha tracciato le possibili tappe del disegno di legge delega sul nucleare: «spero di chiudere il processo legislativo entro l’estate per arrivare a fine anno con i decreti attuativi». E il direttore dell’Agenzia internazionale sull’energia, Faith Birol, ha rinnovato il suo suggerimento a «riconsiderare la scelta fatta sul nucleare. Per la prosperità economica, la sicurezza energetica, la sovranità nazionale».
