Hegseth torna ad attaccare l’Europa: «Vogliamo partner, non protettorati»

NEW DELHI – Il Segretario della Difesa americano Pete Hegseth ha usato il podio del principale forum strategico dell’Indo-Pacifico per attaccare i partner europei, dividere quelli asiatici in buoni e cattivi in base alla percentuale di Pil che spendono per la difesa, dissimulare lo spostamento del baricentro strategico degli Stati Uniti verso l’emisfero occidentale e magnificare con insistenza le scelte di politica estera del presidente Usa Donald Trump. Parlando della crescente assertività militare della Cina – che lo scorso anno aveva descritto come «una minaccia reale e imminente», facendo infuriare Pechino – Hegseth ha moderato i toni, adeguandosi al clima cordiale del recente vertice fra Trump e il suo omologo cinese Xi Jinping.

Nel corso del suo intervento allo Shangri-La Dialogue di Singapore, il numero uno del Pentagono ha delineato una visione del mondo e dei rapporti con gli alleati ostentatamente fondata sui rapporti di forza e sul perseguimento dell’interesse nazionale, a discapito di «valori ideali», «idealismo» e di quello che ha bollato come il «vecchio approccio alla politica estera, debole, utopico e improntato al globalismo». Casomai ci fossero stati dubbi circa i destinatari del messaggio, Hegseth ha aggiunto: «Quando i nostri interessi coincidono, agiamo insieme con determinazione e chiarezza d’intenti. Quando i nostri interessi divergono, ci adattiamo in modo pragmatico, senza drammi né moralismi. Credo che l’Europa occidentale farebbe bene a prenderne nota».

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Un concetto ribadito più avanti quando, in uno dei passaggi più stridenti del suo intervento, Hegseth ha ricordato gli «appelli caduti nel vuoto affinché gli alleati europei spendessero di più per la propria difesa», stigmatizzando un passato in cui gli Stati Uniti «si sono lasciati distrarre da una vuota retorica globalista su un “ordine internazionale basato sulle regole”, mentre le capitali europee aprivano le proprie frontiere e indebolivano le loro forze armate. L’Europa e la Nato devono prendere alcune decisioni importanti, e torneremo presto su questo tema».

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In mancanza di rappresentanti di peso del Vecchio Continente è toccato al ministro della Difesa australiano Richard Marles fare presente che, sebbene l’ordine internazionale basato sulle regole non sia perfetto, «il compito che abbiamo davanti, tutti noi, comprese le grandi potenze, è riformare tale ordine, non smantellarlo. Quando le regole vengono applicate – ha proseguito Marles – gli Stati più piccoli hanno capacità di azione e autonomia decisionale. Quando invece le regole cedono il passo alla forza, la sovranità diventa, come altri hanno osservato, prerogativa dei più potenti; e nessuno Stato presente oggi in questa sala, indipendentemente dalle sue dimensioni, ne trae beneficio».

Come era lecito attendersi, Hegseth è tornato a parlare di Cina, ma lo ha fatto con maggiore circospezione che in passato. Oltre a non pronunciarsi sulla possibile vendita di armi americane per 14 miliardi di dollari a Taiwan, che Trump ha recentemente definito «una buona carta negoziale» nelle trattative commerciali con Pechino, il Segretario alla Difesa è stato meno aggressivo che in passato. Ha riconosciuto «una legittima preoccupazione per il rafforzamento militare senza precedenti della Cina e per l’espansione delle sue attività militari», ma non si è spinto molto più in là, limitandosi a riconoscere che «un Oceano Pacifico dominato da una qualsiasi potenza egemone sconvolgerebbe gli equilibri regionali e minerebbe la stabilità che tutti noi cerchiamo di preservare».

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