«Non posso sapere cosa dirà il presidente alla convention, ma posso decidere dove sarò io e cosa starò facendo nei prossimi giorni: sarò nel mio distretto a guadagnarmi il voto degli elettori». Tom Barrett, deputato repubblicano impegnato in una difficile riconferma nel Michigan, ha fatto sapere con largo anticipo che non parteciperà alla due giorni di Dallas voluta da Donald Trump per rilanciare la destra Maga verso le elezioni di Midterm di novembre. «Sento che sarò più utile nel mio distretto, viaggio molto e se posso tornare a casa, vedere la mia famiglia e svolgere il mio lavoro anche lì, allora è quello che preferisco fare», ha aggiunto, presentando la giustificazione per l’assenza e sfidando le ire del grande capo.
Trump tiene in mano il partito, centellinando anche i finanziamenti ai candidati dal suo Super Pac da 400 milioni di dollari. Fa di tutto per accentrare la campagna elettorale diventata un referendum sul presidente. Parte in salita, come tutti i presidenti in carica nel voto di metà mandato, ma è convinto di potere risollevare le ambizioni dei repubblicani: «Fate conto che sia io il candidato, andate a votare», ha ripetuto anche due giorni fa durante un comizio in South Carolina. Eppure la sua popolarità è ai minimi: ormai solo il 30% degli americani – secondo gli ultimi sondaggi – approva il lavoro del presidente, che come è accaduto a quasi tutti i suoi predecessori – dal repubblicano George W. Bush al democratico Barack Obama – rischia, con una pesante sconfitta, di perdere la maggioranza alla Camera (e forse al Senato) dopo due anni alla Casa Bianca.
Sulle opinioni degli elettori – degli indecisi e della base populista Maga – pesano le guerre in Ucraina e in Iran, dove le forze militari americane sono coinvolte direttamente. Ma anche le conseguenze dei conflitti: e quindi gli aumenti dei prezzi della benzina, del diesel per i trasporti e per l’agricoltura, dei fertilizzanti, e a cascata quelli degli alimentari e di altri beni di prima necessità. Per molti americani la colpa è di Trump. Anche per i dazi e lo scontro con il Canada. O per questioni più local, come i data center – promossi dal tycoon assieme alle grandi società tech – che quasi nessuno vuole nella propria comunità, anche in Texas. Per questo molti candidati repubblicani hanno scelto di disertare la convention: come Barrett nel Michigan, Zach Nunn dell’Iowa o David Valadao della California.
«La sensazione diffusa è che il presidente non sia concentrato sul problema principale per gli elettori, ovvero l’accessibilità economica», spiega Jessica Taylor, analista del Senato presso il Cook Political Report. «Chi vuole esprimere il proprio dissenso nei confronti del presidente, sceglierà – aggiunge – di votare contro il partito repubblicano».
Per Trump la convention, organizzata oggi e domani in Texas, «sarà un evento storico, fantastico»: «Festeggeremo la grande rinascita americana e gli incredibili successi del popolo americano che ha trasformato il nostro Paese grazie al programma America First», ha annunciato sui social. «I prezzi del petrolio – ha affermato ancora – stanno crollando drasticamente, abbiamo stroncato il nucleare dell’Iran. Stiamo mantenendo le promesse di cui i politici hanno parlato per decenni, ma che non sono mai state mantenute».
