Un rialzo dei tassi subito. Uno quasi annunciato entro la fine dell’anno. La riunione della Federal Reserve ha portato il range de Fed Fund al 3,75%-4%, dal precedente 3,50%-3,75% all’unanimità: con il voto quindi dell’attuale presidente Kevin Warsh che, scelto da Donald Trump, sembrava dovesse accompagnare progressivamente la politica monetaria verso un orientamento più accomodante. Il rialzo di settembre è il primo da luglio 2023, quando era iniziata una manovra di sei tagli per un totale di 175 punti base.
Anche più interessanti i “dots”, le indicazioni dei componenti del Fomc, il comitato di politica monetaria della Fed: ora la mediana delle proiezioni sull’andamento dei tassi punta per fine anno al 4,125%, corrispondente al 4-4,25%: sedici governatori su diciotto – compresi coloro che, a rotazione, non hanno diritto di voto – ritengono necessario un nuovo rialzo. Warsh, come a giugno, non ha fornito però le proprie indicazioni. I tassi dovrebbero poi restare fermi l’anno prossimo – ma otto banchieri centrali puntano a un terzo rialzo – per poi calare al 3,75-4% nel 2028 e al 3,5-3,75% nel 2029. Il tasso di lungo periodo, che può essere considerato un obiettivo implicito, è salito al 3,25%: ancora a giugno era appena superiore al tre per cento.
Il comunicato diffuso al termine della riunione – ormai laconico con la nuova presidenza – ha leggermente modificato la diagnosi sull’inflazione: a luglio era elevata rispetto all’obiettivo del 2%, a causa di shock sul lato dell’offerta che avevano inciso sui prezzi di alcuni settori. A settembre, la dinamica dei prezzi è, semplicemente, «elevata», senza altre indicazioni. La crescita dell’attività economica continua a essere considerata solida, grazie a una «spesa domestica» resiliente all’incertezza creata dalle tensioni geopolitiche. La crescita della produttività e gli investimenti di capitale erano entrambi «forti», a giugno, mentre nel comunicato di settembre la prima mantiene l’aggettivo «strong», che sottolinea l’intensità dell’aumento, mentre i secondo diventano «robusti», e quindi solidamente sostenuti. Immutata l’indicazione sul mercato del lavoro: «La crescita dell’occupazione ha tenuto il passo con quella della forza lavoro e il tasso di disoccupazione è rimasto sostanzialmente invariato».
