Domenica la Bosnia va al voto. I suoi tre milioni di abitanti saranno chiamati a eleggere la nuova presidenza tripartita (croato-serbo-bosniaca), la presidenza della Repubblica Srpska e i tre parlamenti: quello sovranazionale, quello serbo e quello della federazione di Bosnia-Erzegovina. A regolare il Paese è un sistema istituzionale complesso e articolato, uscito dagli accordi di Dayton del 1995 che hanno chiuso la guerra nella ex Yugoslavia. Il risultato è un’architettura di pesi e contrappesi che cerca di tenere insieme i territori a maggioranza serba – quelli della Repubblica Srpska – con quelli dei musulmani di Bosnia e della minoranza croata. Sulle schede domenica saranno elencate qualcosa come 33 liste diverse e, per la prima volta, si procederà all’identificazione biometrica degli elettori e alla lettura dei voti tramite scanner, per evitare brogli e interferenze.
Fare pronostici sulle possibili coalizioni vincitrici in Bosnia è però un esercizio che passa in secondo piano. Quello che più di tutto oggi rileva, infatti, è il clima con cui il Paese arriva alle elezioni. Perché da un lato ci sono le proteste di piazza contro il carovita, contro la crisi economica, contro la corruzione. E dall’altro c’è una ripresa delle spinte nazionaliste, soprattutto da parte serba.
I sondaggi danno i partiti sovranisti in vantaggio rispetto alle coalizioni di opposizione multietniche guidate dal Partito socialdemocratico (Sdp): l’Sda bosgnacco in Bosnia, l’Snsd serbo nella Repubblica Srpska e anche l’Hdz BiH croato. Secondo la piattaforma di monitoraggio Poliwave, i nazionalisti bosgnacchi – favorevoli all’Europa – sono in testa col 21,4%, mentre nella Repubblica Srpska è avanti con il 34,2% l’Snsd, il partito guidato dal leader secessionista Milorad Dodik – condannato lo scorso anno a un anno di carcere e a sei anni di interdizione dall’attività politica – che invece vuole mantenere stretti rapporti con Serbia e Russia.
Ad alimentare i partiti nazionalisti contribuisce la crescente frustrazione degli elettori per il rallentamento dell’economia e l’aumento dei prezzi. In Bosnia-Erzegovina la popolazione è in calo da 25 anni, secondo i dati della Banca mondiale, mentre gli investimenti internazionali ristagnano, la corruzione persiste e i giovani cercano opportunità altrove. A Sarajevo i cittadini hanno cominciato a scendere in piazza lo scorso febbraio, a causa di un tram deragliato nel centro della città che ha causato un morto e diversi feriti. Ma da allora le proteste non si sono mai fermate. I lavoratori scioperano per i mancati adeguamenti salari e contro i costi dell’energia, raddoppiati a causa della guerra tra Stati Uniti e Iran. I più giovani marciano contro la corruzione.
Su tutto questo si innesta la questione dell’adesione all’Unione europea, il cui processo sta andando a rilento e, con buona probabilità, subirà un ulteriore rallentamento nel caso i nazionalisti prevarranno alla elezioni di domenica. La Bosnia-Erzegovina è candidata all’ingresso nella Ue dal 2022 e ha aperto i primo capitoli negoziali nel 2024. Ma da anni la politica bosniaca vive una perenne situazione di stallo dovuta ai veti incrociati dei partiti nazionalisti sulle riforme chiave del Paese. Il tutto è aggravato dal boicottaggio delle istituzioni statali da parte dei leader della Repubblica Srpska.
