
BRUXELLES – La Commissione europea ha presentato oggi, venerdì 9 ottobre, una nuova serie di46 progetti nel delicatissimo settore delle materie prime più importanti per il futuro dell’economia. A essere coinvolti sono 16 paesi membri, tra cui l’Italia. L’Unione europea si è data l’obiettivo di ridurre la sua dipendenza dall’estero. Entro il 2030 vuole che il 10% dell’estrazione, il 40% della raffinazione e il 25% del riciclo di materie prime avvengano in Europa.
«Con questa seconda ondata di progetti strategici, l’Europa sta intensificando come mai prima d’ora i propri sforzi per riconquistare la propria sovranità sulle materie prime critiche», ha spiegato il commissario al Mercato unico Stéphane Séjourné. «Dall’adozione del piano RESourceEU, stiamo utilizzando ogni mezzo a nostra disposizione per aprire miniere, sviluppare le nostre capacità di lavorazione e riciclaggio e garantire la sicurezza delle nostre catene di approvvigionamento».
L’iniziativa è più che giustificata in un mondo diventato sempre più ostile e mentre l’economia high-tech cresce in importanza. Oltre a rilanciare estrazione e raffinazione in Europa, Bruxelles sta anche diversificando i suoi approvvigionamenti, firmando accordi commerciali con paesi partner – dall’Australia al Brasile (Mercosur). Si discute in queste settimane di una nuova intesa con il Canada che dovrebbe avere tra i suoi pilastri anche il settore delle materie prime.
La lista dei 46 progetti appena pubblicata dalla Commissione europea – le domande erano state 102 – si basa su un regolamento adottato nel 2024 (il Critical Raw Materials Act). Una prima lista di progetti strategici era stata resa pubblica nel marzo del 2025, mentre nel giugno dello stesso anno Bruxelles aveva messo a punto una serie di iniziative con paesi terzi. Come detto, anche l’Italia è presente nella lista appena pubblicata, in particolare nelle fasi di riciclo, e di raffinazione. Cinque i progetti italiani.
L’iniziativa europea è economicamente lodevole, e politicamente giustificata. Ma va ricordato che l’estrazione e la raffinazione delle materie prime sono un processo lungo, costoso, pesante anche dal punto di vista ambientale. Se la Cina ha oggi un monopolio di fatto in questo campo è perché ha iniziato molti anni fa a sfruttare il proprio territorio. Insomma, il tentativo comunitario va giudicato alla luce anche delle costrizioni geografiche oltre che ambientali del continente europeo.
