Dazi, l’India rinvia i colloqui per il patto commerciale con gli Usa. Prudenza in Asia

NEW DELHI – La gran parte dei governi asiatici ha deciso di rispondere con una miscela di prudenza e attendismo alla decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti che venerdì ha invalidato buona parte dei dazi imposti negli ultimi dieci mesi dall’amministrazione Trump. La prudenza è dettata dalla consapevolezza che, nonostante la clamorosa sconfitta legale, lo stile negoziale estorsivo praticato in questi mesi dalla Casa Bianca non è destinato a tramontare improvvisamente. L’attendismo è figlio di una sentenza che potrebbe legittimamente invalidare gli accordi presi nei mesi scorsi (settimane nel caso dell’India, addirittura ore in quello dell’Indonesia) e che in molti casi non sono ancora stati ratificati dai Parlamenti nazionali, dove l’ostilità alle concessioni fatte sotto ricatto potrebbe montare.

La risposta indiana

Per il momento chi ha deciso di prendere tempo è l’India, di gran lunga il cliente più difficile tra quelli con cui si sono misurati in questi mesi i negoziatori americani. New Delhi stava per mandare una delegazione negli Stati Uniti per definire i dettagli di un’intesa tratteggiata a grandi linee nei giorni scorsi. «La decisione di rimandare la visita è stata presa dopo una discussione tra i funzionari di entrambe le parti», ha dichiarato una fonte anonima all’agenzia Reuters, aggiungendo che «non è stata fissata una nuova data». Sabato il ministero del Commercio indiano aveva fatto sapere che stava studiando il pronunciamento della Corte Suprema e le successive iniziative della Casa Bianca, che venerdì, in risposta alla bruciante sconfitta legale, ha annunciato dazi generalizzati del 10%, saliti il giorno successivo al 15 per cento.

Nonostante l’aumento di sabato, un dazio al 15% è comunque un miglioramento insperato per l’India. Nelle scorse settimane New Delhi si era impegnata a non importare più petrolio russo in cambio dell’abolizione di dazi punitivi del 25% e aveva pattuito un futuro ridimensionamento al 19% del rimanente 25% di tariffe sui propri prodotti, impegnandosi in cambio a più che raddoppiare le sue importazioni dagli Usa e fare alcune concessioni doganali. L’esecutivo guidato dal premier Narendra Modi si trova in una posizione scomoda: cedendo poche settimane fa alle pressioni americane, si è esposto alle critiche sia dell’evanescente opposizione sia della ben più temibile lobby degli agricoltori, di gran lunga la costituency elettorale più influente, e temuta, del Paese. Un fattore da tenere in considerazione visto che il mese prossimo l’Electoral Commission annuncerà le date delle imminenti elezioni in West Bengal, Assam, Tamil Nadu, Kerala e Pondicherry, quattro Stati e un Territorio in cui vivono circa 265 milioni di persone.

La partita negoziale con la Cina

Pechino – che nei mesi scorsi ha raggiunto una tregua con Washington e a fine marzo si prepara a ospitare una visita ufficiale di Trump – complice forse la concomitanza del Capodanno lunare, non ha ancora commentato la sentenza. Certo è che quando il presidente cinese Xi Jinping riceverà Trump a Pechino il prossimo 31 marzo, il suo potere negoziale – con un dazio ormai sceso al 15% per i prossimi 150 giorni – sarà «molto più forte» del previsto spiega Wu Xinbo, direttore del Center for American Studies della Fudan University. Per esempio, nell’ambito dei precedenti negoziati sui dazi, la Cina si era impegnata ad acquistare circa 25 milioni di tonnellate di soia. «Se quei dazi vengono ora ritenuti illegali, la “carta della soia” torna nelle mani della Cina», spiega Wu.

I rischi di una retromarcia giapponese

In Giappone un portavoce del governo ha fatto sapere che Tokyo «prima di rispondere in maniera appropriata, studierà attentamente il contenuto della sentenza e la reazione dell’amministrazione Trump». Separatamente un anonimo funzionario del governo ha fatto sapere a Nikkei Asia che la decisione della Corte Suprema non avrà ricadute sui primi tre investimenti giapponesi negli Usa già concordati, parte di un pacchetto da 550 miliardi di dollari pattuito in cambio di una riduzione dei dazi dal 25% al 15 per cento (dal 27,5% al 15% per le auto).

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