Francia: perché il voto complica la nascita di un Governo

La prima sfida è stata vinta. La democrazia illiberale del Rassemblement national, che già prometteva di erodere le istituzioni della République e il loro ruolo, è stata fermata, per ora. Il Partito ha ottenuto 11 milioni di voti al primo turno, ed è la prima singola forza politica, ma si è fermato a 143 deputati, insieme agli alleati, i Républicains di Ciotti, di fatto fuoriusciti dal partito. Non è certo una sconfitta definitiva – «La vittoria è solo rinviata», ha avvertito Marine Le Pen – ma al momento il problema è stato superato.

La seconda sfida: chi guida il Governo?

Resta la seconda sfida, quella di creare non semplicemente un “campo repubblicano”, ma un governo che da quell’area politica sia sostenuto. In buona sostanza si tratta di isolare la democrazia radicale della France Insoumise di Mélenchon. Questo obiettivo è ora diventato più difficile. Perché, a sorpresa, il Nouveau Front Populaire non è rimasto il secondo partito, ma è diventato addirittura il primo e da subito, sia pure nell’entusiasmo della vittoria, ha rivendicato il diritto di formare un governo. Il primo a farlo, non a caso – tenuto conto della sua abilità politica – è stato proprio Mélenchon che non vuole restare isolato ma, allo stesso tempo, non vuole fare troppi compromessi sul suo programma.

Dividere la sinistra?

I primi passi esplorativi per creare una nuova coalizione sono stati già fatti, già nei minuti successivi al risultato del voto. Edouard Philippe, ex primo ministro, leader di Horizons e alleato – oggi un po’ meno allineato di qualche settimana fa – di Emmanuel Macron, ha già detto che «le forze politiche centrali devono, senza compromessi, fare un accordo per stabilizzare la politica, ma senza la France Insoumise e senza Rn». Un accordo di questo tipo, ha aggiunto Philippe, «non sarà duraturo, ma permetterà di gestire al meglio la Francia».

Républicains molto scettici

Anche nell’entourage macroniano più stretto si precisa che non sono possibili compromessi con l’«antisemitismo, il comunitarismo e l’antiparlamentarismo»: è l’identikit della France Imsoumise o, quantomeno, di diversi suoi rappresentanti. Il ministro degli Esteri Stéphane Séjourné ha detto che il campo presidenziale presenterà «condizioni preliminari» in vista di una maggioranza che escluda «Jean Luc Mélenchon e alcuni suoi alleati». Da destra, Laurent Wauquiez, dei Républicains, ha però detto che non ci saranno «né compromessi né coalizioni».

Le difficoltà della sinistra

Superare questa sfida è diventato più difficile per diverse ragioni. Per i partiti di sinistra, rompere un’alleanza – anche se molto simile a un cartello elettorale, creato in pochi giorni – che è arrivata al primo posto non è molto semplice. Anche se le tensioni tra Lfi e gli altri partiti – che hanno impedito per esempio una lista unitaria alle europee – sono state “nascoste” in vista di elezioni difficili. È vero che Lfi ha perso peso all’interno della coalizione con i suoi 78 deputati, rispetto ai 182 dell’intero Nfp (ai quali vanno aggiunti alcuni indipendenti di sinistra), mentre il partito socialista li ha aumentati, ma Mélenchon resta l’azionista di maggioranza relativa, per così dire, della sinistra francese.
In una coalizione, una sinistra senza Mélenchon peserebbe meno di Ensemble, ma questo non significa che i macroniani non debbano fare importanti concessioni per dar vita a un’alleanza anche temporanea. Anzi: il prezzo di una scissione, per questi partiti, sarebbe altrimenti quello di avere un Lfi all’opposizione, pronta a denunciare il loro “tradimento” e i loro “cedimenti” al macronismo. Un costo politico troppo alto.

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