Francia, perché non basta la gauche a rivedere i rapporti con l’Africa

L’ipotesi di una Francia sotto la guida del Rassemblement national era stato accolta con freddezza dai leader africani, più scettici che intimoriti da un cambio di rotta sugli (ex) partner di Parigi. Dopo la battuta di arresto di Jordan Bardella, arginato dalla coalizione del Front populaire, c’è chi si interroga sullo scenario opposto: la relazioni fra la Francia e i Paesi africani con l’avvento di una coalizione che guarda più a sinistra o, comunque, in direzioni diverse rispetto alle virate a destra del Rn o le prime stagioni del macronisme.

Il leader della France Insoumise Jean-Luc Mélenchon, fra i protagonisti del voto del 7 luglio, è stato il primo esponente politico francese a visitare il Senegal dopo la vittoria di Diomaye Faye: il candidato anti-establishment che ha dominato le urne dello scorso 24 marzo, cavalcando un’agenda scandita da proposte come l0 strappo dal franco coloniale africano e la revisione dei contratti energetici con i colossi esteri planati su Dakar dopo la scoperta della sua ricchezza naturale. Un segnale di apertura che rischia di rimanere tale, per – almeno – due motivi. Il primo è che non è chiaro quale possa essere il destino di Melenchon a Parigi, vista la chiusura agli accordi con i centristi e la ritrosia ricambiata nei suoi riguardi. Il secondo, più decisivo, è che il processo di cesura fra Parigi e la sua ex zona di influenza si è già avviato da anni e non sembra dipendere dall’intonazione politiche delle maggioranze che si susseguono in Francia.

Gli annunci e il flop dei «nuovi rapporti» di Macron

Nel 2017, in un intervento a Ougadaougou (Burkina Faso), il presidente Emmanuel Macron aveva parlato di una «nuova pagina» nei rapporti con l’Africa, distillando citazioni dal leader marxista burkinabé Thomas Sankara e condannando le «vecchie logiche» di Parigi con le sue ex colonie. L’obiettivo teorico era di superare e rinnovare gli equilibri della cosiddetta Françafrique, l’intreccio di rapporti economici e politici dispiegati da Parigi nel perimetro dei suoi ex possedimenti coloniali. Quella stagione si è aperta, ma in una direzione diversa rispetto ai rapporti «paritari» rivendicati e prospettati dal neo-inquilino dell’Eliseo. Il solo Sahel occidentale è riuscito a registrare cinque colpi di Stato in nemmeno un triennio fra Mali (2020, 2021), Burkina Faso (2022) e Niger (2023), con l’avvento di giunte putschiste ostili agli ex alleati di Parigi e aperti al dialogo con partner diversi, come la Russia. Le missioni francesi ed europee nella regione, come il caso rispettivo di Barkhane e Takuba, hanno battuto in ritirata e aperto un vuoto colmato appunto dai contractors nell’orbita di Mosca e altri attori. Una vecchia roccaforte di stabilità come il Senegal ha arginato le tentazioni autoritarie del suo leader Macky Sall e sancito la vittoria dello stesso Faye, 43 anni compiuti nel giorno della sua elezione, salito alla ribalta con un linguaggio di rottura rispetto al vecchio «giogo» di Parigi e alter ego di un altro leader di rottura come Ousmane Sonko. Il «sentimento anti-francese», come lo descrive l’Eliseo, si registra dai cortei nella Repubblica centrafricana agli screzi vissuti pubblicamente dallo stesso Macron con leader di peso come il presidente congolese Félix Tshisekedi.

«Il rapporto si cambia ascoltando i giovani africani»

Se le premesse sono queste, l’opera o la speranza di ricostruzione sembra ancora più in risalita rispetto ai primi anni di Macron. La questione è che «lo Stato francese non è più vicino al cuore della maggioranza dei giovani africani francofoni» spiega al Sole 24 Ore Nathaniel Olympio, imprenditore togolese e fondatore di Kekeli – Cercle d’Etudes Stratégiques sur l’Afrique de l’Ouest. I giovani africani, spiega, «aspirano a opportunità di realizzazione personale, a godere di uno spazio di libertà in cui i loro diritti fondamentali e i diritti umani siano rispettati, a vivere in uno Stato in cui i valori democratici non si limitino alla retorica dei leader». Un sogno tanto diffuso quanto «attualmente inaccessibile, a causa dei leader che si aggrappano al potere e con il sostegno dello Stato francese». Olympio si riferisce alla consuetudine tra l’Eliseo e i vari leader che si sono susseguiti nel perimetro dell’Africa “francese”, inclusi quelli rovesciati dall’ultima ondata di golpe nella regione: un esempio è Mohamed Bazoum, classificato come l’ultimo appiglio filo-occidentale nella regione prima del colpo di Stato del 2023. Macron, riconosce Olympio, aveva saputo interpretare le storture di fondo del rapporto, salvo limitarsi a una critica più verbale che effettiva. Riforme come quella tentata sul franco coloniale con il leader ivoriano Alassane Ouattara, ora proiettato al suo quarto mandato, sono operazioni di cosmesi valutaria che «lasciano intatte le basi» dei rapporti di forza.

La soluzione più netta sarebbe un’altra: ascoltare le «preoccupazioni dei giovani africani» e adottare «seriamente una politica verso l’Africa che risponda a queste preoccupazioni». L’appello vale ai tentativi compiuti – o annunciati – da Macron, ma si applica a qualsiasi maggioranza emerga dalle trattative con Parigi. La «realtà è che in Francia e nei Paesi francofoni dell’Africa esistono ostacoli al progresso – fa notare Olympio – Ci sono anche indubbie conseguenze politiche per il leader francese che avvia un cambiamento nelle relazioni con l’Africa». Il rapporto «paritario» celebrato dall’Eliseo dovrebbe intaccare, chiarisce Olympio, il reticolo economico e finanziario della Francia nel Continente: dagli investimenti energetici ai gruppi bancari, dall’accesso alle materie prime agli investimenti nelle infrastrutture. I legami stanno già traballando su impulso dei Paesi africani, fino a casi clamorosi come il ritiro delle licenze francesi sull’uranio del Niger: uno strappo commerciale che ne rispecchia, e consacra, uno politico in atto da tempo. Se Parigi vuole mantenere un dialogo e impostarlo come «paritario», dice Olympio, deve rivedere il suo approccio. «È necessaria volontà politica su entrambe le sponde del Mediterraneo per innescare il grande cambiamento».

*Questo articolo rientra nel progetto europeo Pulse ed è stato scritto con il contributo di Vox Europe

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