Le elezioni del 23 novembre si erano chiuse con un risultato già conteso fra il presidente in uscita Umaro Sissoco Embaló e il suo oppositore principale, Fernando Dias da Costa. Non c’è stato il tempo di una risoluzione. I militari hanno annunciato di aver preso il potere in Guinea-Bissau, uno degli Stati più fragili dell’Africa occidentale, deponendo ed arrestando lo stesso presidente in carica Embaló.
La dinamica ricalca quella dei colpi di Stato che si sono moltiplicati su scala continentale fra 2019 e 2023: gli spari vicino al palazzo presidenziale e il crescendo di tensioni fino all’annuncio diramato sulla televisione pubblica. Dinis N’Tchama, un portavoce dei militari, ha comunicato che «l’Alto comando militare per il ristabilimento dell’ordine nazionale e pubblico» ha deciso di defenestrare il presidente e dissolvere «fino a nuovo ordine» tutte le istituzioni di Bissau. Il rovescimento, ha aggiunto, è avvenuto in risposta a un «piano» per «manipolare i risultati» delle urne e destabilizzare un Paese da poco meno di 2 milioni di abitanti. «Sono stato deposto» ha dichiarato lo stesso Embaló all’emittente francese France24.
Le fragilità di Bissau fra instabilità e traffici
Il putsch guineano conferma la fama di precarietà di un Paese reduce da almeno nove colpi di Stato tentati e cinque riusciti in circa mezzo secolo di indipendenza dal Portogallo, allungando e ampliando al cosiddetta Coup belt: la cintura dei golpe che salda di giunte militari la costa dell’Atlantico a quella del Mar Rosso, “grazie” a una girandola di nove rovesciamenti solo fra 2019 e 2024. Il voto stesso di domenica era stato accompagnato da scontri sulla legittimità di Embaló, accusato di aver violato il termine massimo di cinque anni fissato per i mandati nel Paese. La scadenza sarebbe caduta al 27 di febbraio, ma una sentenza della Corte suprema ha prorogato il termine a settembre. Le urne hanno sollevato dubbi sulla legittimità e scatenato fibrillazioni fra Embaló e Dias, entrambi persuasi della vittoria e in rotta con le rivendicazioni dell’avversario. La disputa è già scomparsa dopo il blitz che congela le istituzioni del Paese e ha colpito anche l’opposizione, con l’arresto dello sfidante alle presidenziali Dias e dell’ex primo ministro Domingos Simões Pereira.
Il golpe apre una stagione di ulteriore instabilità in un Paese già piagato da più crisi, a cominciare da un tasso di povertà che oscilla fra le stime del 60% abbondante della Banca africana di sviluppo e quella del 67% registrata dall’agenzia Onu Unicef. L’economia si regge soprattutto sull’agricoltura e dovrebbe crescere a un ritmo di oltre il 5% stimato dalla Banca mondiale per il 2025, sulla spinta di una buona resa delle coltivazioni di anacardo. La stessa Banca evidenzia i rischi impliciti alla dipendenza dai prezzi della materia prima, le fluttuazioni di mercato e una instabilità politica ora ravvivata dal putsch di fine novembre. La precarietà delle istituzioni guineane favorisce il florido traffico di cocaina in arrivo dall’America Latina e trasportata in volumi massicci sulle sue coste. Nel solo settembre del 2024 le autorità hanno dichiarato il sequestro di 2,63 tonnellate di cocaina provenienti dal Venezuela.
