Il risiko bancario si estende dai grandi e medi istituti anche a quelli regionali. La Cassa di Risparmio di Asti da ieri entra ufficialmente nel riassetto del sistema dopo che il maggiore azionista, la Fondazione Cr Asti, ha dato mandato all’advisor finanziario Equita di «svolgere le analisi preliminari sui possibili scenari» di valorizzazione della partecipazione del 31,8% nella banca locale. La strategia del presidente dell’ente Livio Negro è quella di valutare un’alleanza bancaria che, ridimensionando la quota in adempimento al protocollo Acri-Mef, porti a un incremento della redditività del gruppo e quindi a un più alto flusso di dividendi nelle casse della Fondazione da poter destinare alle erogazioni sul territorio. L’esempio virtuoso citato più volte da Negro nelle ultime settimane è quello della Fondazione Cassa Cuneo che, dopo aver conferito la propria quota di Ubi Banca all’Ops di Intesa Sanpaolo, ha sensibilmente aumentato le cedole incassate ed aumentato di conseguenza il raggio di azione dei suoi interventi a beneficio del territorio.
I numeri
Il gruppo Cassa di Risparmio di Asti, che vanta un totale attivo di circa 13 miliardi di euro, non brilla per redditività. Pur avendo beneficiato come tutti gli istituti del rialzo dei tassi di interesse, nel 2024 l’utile netto è arrivato a 51,2 miliardi di euro con un Return on Equity (Roe) che è solo al 4,7%, ai livelli minimi del sistema bancario domestico. Da poche settimane alla Cr Asti è arrivato il verbale di un’ispezione della Banca d’Italia che ha rilevato alcune criticità sull’applicazione di commissioni più alte del dovuto nei confronti della clientela ma che, stando alle prime indicazioni, non ha riscontrato carenze patrimoniali.
Il tema, dunque, non è quello di “accasare” una banca pericolante ma di trovare un’alleanza con un partner più grande che possa valorizzare al meglio un istituto che opera in una ricca zona del nord-ovest dell’Italia.
La battaglia locale
Se il presidente della Fondazione Cr Asti sembra disponibile a valutare tutte le opzioni migliori per la banca e il territorio, a livello locale da mesi è partita una battaglia a difesa dell’autonomia e indipendenza della Banca di Asti per cercare di opporsi alla “vendita” della banca. L’esito della sortita del primo azionista andrà verificato nelle prossime settimane, anche alla luce delle reazioni degli altri azionisti: Fondazione Cassa di Risparmio di Biella (12,91%), BancoBpm (9,9%), Fondazione Crt (6%), Fondazione Cassa Vercelli (4,2%). Il restante 35% del capitale fa capo a piccoli investitori e risparmiatori privati, per la gran parte clienti della Banca.
I potenziali interessati
Chi potrebbe essere interessato ad un’aggregazione con Cassa Asti? Non l’ingombrante socio BancoBpm che, oltre ad essere attualmente sotto Ops da parte di UniCredit, ha sempre ritenuto la sua partecipazione come puramente finanziaria. Essendo Cr Asti una delle poche banche private rimaste, lo sguardo delle banche d’affari punta sulle medie quotate in Borsa, come Credem e Banco Desio che certamente potrebbero valutare il dossier. Ma data la struttura del loro azionariato si pongono più come acquirenti che come aggregatori. Se davvero, come pare, l’obiettivo della Fondazione Cr Asti non è quello di vendere ma di restare azionista della banca collocandola in un gruppo più ampio i due suddetti possibili partnership dovrebbero modificare la governance “padronale”. Tutto è possibile in un mercato che va verso la concentrazione. Asti poteva essere (e forse lo è ancora, malgrado la passivity rule) un buon partner per Popolare Sondrio che però è sotto Ops da parte di Bper. Ma anche la stessa ex popolare emiliana potrebbe essere della partita per aggiungere un tassello alla sua presenza geografica in Piemonte. Né si può escludere un interesse di Credit Agricole Italia, che nel suo azionariato vanta già una serie di Fondazioni che incassano lauti dividendi.