Kenya, il presidente Ruto silura il governo dopo le proteste anti-tasse

Prima il passo indietro sulla legge finanziaria e l’apertura al «dialogo», ora il repulisti sul suo stesso esecutivo. Il presidente del Kenya William Ruto ha silurato l’11 luglio la quasi totalità della sua compagine governativa, uno strappo in risposta alle proteste di piazza esplose a fine giugno contro il rialzo delle tasse previsto nella legge di bilancio per l’anno fiscale al via a luglio. L’unico a restare a galla è il Prime cabinet secretary e responsabile degli Affari esteri, Musalia Mudavadi, in un colpo di mano che ha fatto saltare anche il procuratore generale Justin Muturi.

Ruto ha annunciato la decisione in un intervento televisivo dichiarando l’avvio di «consultazioni» per un governo di «larghe intese» che lo assista nella «necessaria, urgente e irreversibile attuazione di programmi radicali di riforma» su fronti che includono riduzione del debito, crezione di lavoro e contrasto alla corruzione.

Il dietrofront sulle proteste e l’incognita sui conti

La scure sui ministri è il culmine del processo di revisione avviato dal leader keniota dopo le proteste scoppiate contro il rialzo delle tasse previsto nella legge finanziaria per il 2024-2025 e destinato alla raccolta di 2,3 miliardi di dollari Usa di gettito. Dopo la linea dura delle prime ore, degenerata in oltre 40 vittime, Ruto ha battuto in ritirata sul testo e annunciato l’apertura di un confronto con la base elettorale più sensibile: quella della «Generation Z», la generazione di giovanissimi in rotta con il potere centrale di Nairobi. Ora lo scenario che sembra annunciarsi è quello di una sorta di governo di unità nazionale, con la testata keniota East African che prefigura un confronto anche con l’Orange Democratic Movement: il partito di opposizione capitanato dall’eterno sfidante Rail Odinga, sconfitto nel 2022 nella sua quinta corsa ai vertici di Nairobi.

Ruto sta tentando di riconquistare consensi in un Paese ancora scosso dalla rivolta dello scorso mese, a cominciare dal bagno di sangue del 25 giugno: il momento di rottura di manifestazioni che si erano sempre consumate in un clima pacifico, salvo crescere fino all’assalto al parlamento locale (Nationl assembly) e scontrarsi con la repressione delle forze di sicurezza locale. A infiammare le proteste erano stati una serie di rialzi delle tasse, applicati anche a beni sensibili come il pane e destinati all’incasso di oltre 2 miliardi di dollari Usa: un “cuscinetto” gradito alla richieste del Fondo monetario internazionale per aggiustare la solidità fiscale. Ruto ha poi stralciato in blocco la manovra, senza fornire chiarimenti su come e quando andrà a compensare la perdita delle entrate incluse nel primo testo di legge.

L’incertezza ha già allarmato gli investitori esteri ed è costata a Nairobi un – ulteriore – taglio del suo rating creditizio, con l’agenzia Moody’s che ha abbassato il suo giudizio da B3 a Caa1: un’ulteriore discesa nel livello junk, spazzatura, determinata dalla «significativa» riduzione della «capacità di attuare un consolidamento fiscale basato sulle entrate che migliorerebbe l’accessibilità del debito e lo farebbe scendere». In particolare, si legge nella nota dell’agenzia, «la decisione del governo di non perseguire i previsti aumenti delle imposte e di affidarsi invece ai tagli alla spesa per ridurre il deficit fiscale rappresenta un significativo cambiamento di politica con implicazioni rilevanti per la traiettoria fiscale e il fabbisogno finanziario del Kenya».

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