L’amministrazione Trump è stata scossa dalla prima, pesante defezione in protesta contro la guerra in Iran e le sue dichiarate ragioni. Il direttore del Centro nazionale antiterrorismo, Joe Kent, ha annunciato le proprie dimissioni e lo ha fatto con un tagliente j’accuse: ha definito una menzogna che Teheran rappresentasse un «imminente rischio per il nostro Paese». E ha criticato apertamente quella che ha definito l’influenza sulla Casa Bianca del governo israeliano nello scatenare il conflitto, attirandosi accuse di antisemitismo ma portando alla ribalta la spaccatura provocata dal conflitto tra i sostenitori di Donald Trump.
La risposta di Trump non è tardata, minimizzando le polemiche. Ha detto di Kent che è «un brav’uomo ma è debole sulla sicurezza. E’ un bene che se ne sia andato, ha sostenuto che l’Iran non è una minaccia». Il presidente, esprimendo poi ottimismo bellico nonostante le crescenti incognite sull’esito dell’operazione Epic Fury, ha poi affermato di non temere un nuovo Vietnam in Medio Oriente e di vedere anzi una fine ravvicinata del conflitto: «Non ho paura di nulla. Non siamo ancora pronti a lasciare, ma lasceremo nel prossimo futuro».
La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha aggiunto che la lettera di dimissioni di Kent contiene «molte falsità». E ha continuato: «Il presidente Trump ha convincenti prove che l’Iran stesse per attaccare gli Stati Uniti. Il presidente non prenderebbe mai una decisione di dispiegare asset militari contro avversari stranieri nel vuoto». Nessuna prova è stata in realtà finora fornita dalla Casa Bianca su attacchi preparati da Teheran contro gli Usa. La stessa amministrazione ha piuttosto ipotizzato che l’Iran avrebbe deciso rappresaglie contro interessi statunitensi in caso di iniziali attacchi israeliani. Nè è chiaro inoltre lo stato del programma nucleare iraniano, già bombardato l’anno scorso.
Se la guerra è generalmente impopolare nell’opinione pubblica americana, l’improvvisa uscita polemica di Kent ha messo in luce un’altra crisi, potenzialmente consequenziale per Trump: quella esplosa dentro il movimento conservatore e Maga del presidente, tra le correnti più isolazioniste e i falchi di politica estera. Trump è parso agli analisti sposare con il Segretario di Stato Marco Rubio una politica estera con ambizioni interventiste e imperiali, costruite su riviste strategie neocon, depurate cioè da grandi idee trasformative e dedite invece a mantenere regimi esistenti purchè acquiescenti alle richieste della Casa Bianca. La missione iraniana appare il più rischioso test della nuova politica, con cui ha rotto ora Kent, sostenitore di lunga data di Trump e dei suoi promessi disimpegni dall’estero, oltre che vicino alla destra radicale – compresi i Proud Boys – e complottista, propagatrice di tesi negazioniste sull’assalto al Congresso del 6 gennaio.
«Non posso in buona coscienza sostenere l’attuale guerra – ha scritto l’alto funzionario dell’apparato di sicurezza nazionale sui social media – L’Iran non poneva alcuna minaccia imminente alla nostra nazione ed è chiaro che abbiamo cominciato questa guerra a causa della pressione da parte di Israele e della sua potente lobby americana». Kent ha parlato di una «campagna di disinformazione» da parte di alti funzionari israeliani e sui media che avrebbe minato «la piattaforma di America First e seminato opinioni favorevoli alla guerra per incoraggiare un conflitto con l’Iran».
