Il vicepresidente degli Stati Uniti, J. D. Vance, è andato in Ungheria per sostenere la campagna elettorale del primo ministro nazionalista Viktor Orbán. La visita arriva a pochi giorni dalle elezioni parlamentari, che si terranno domenica 12 aprile. Il voto, stando ad alcuni sondaggi indipendenti, potrebbe porre fine alla permanenza di Orbán, eletto per la prima volta nel 2010.
«Mossa pilotata per influenzare il voto»
«Uno dei motivi per cui il presidente degli Stati Uniti mi ha mandato qui è perché riteniamo che l’ingerenza della burocrazia di Bruxelles contro il premier magiaro sia stata davvero vergognosa», ha dichiarato Vance durante il comizio congiunto seguito all’incontro con Orban. Péter Magyar, leader di Tisza, principale partito di opposizione ungherese e favorito nei sondaggi, ha definito l’incontro come «una mossa pilotata per influenzare il voto».
Orbán rischia di non essere rieletto
Il sostegno da parte degli Stati Uniti arriva in un momento critico per il nazionalista Orbán. Il primo ministro ungherese, al potere da 16 anni, deve fronteggiare un crescente malcontento economico e sociale. In questo contesto, i sondaggi degli istituti indipendenti prevedono una vittoria schiacciante per il partito di Magyar.
Il sostegno Usa all’Ungheria
La visita di Vance, tra i più convinti sostenitori dei partiti della destra radicale in Europa, è indicativa di come l’amministrazione Trump abbia cominciato a prendere apertamente posizione a favore dei leader ritenuti compatibili con le proprie priorità diplomatiche e ideologiche. Prima di Vance, anche il segretario di stato Marco Rubio si era recato a metà febbraio a Budapest, dove ha augurato «successo» al suo alleato ungherese.
Orbán, particolarmente vicino al governo americano, è accusato da tempo dai critici di aver preso il controllo delle istituzioni ungheresi, limitato la libertà di stampa e favorito una corruzione politica radicata. Trump ha più volte sostenuto la sua ricandidatura, e molti nel movimento Make America Great Again apprezzano la sua opposizione all’immigrazione, la limitazione dei diritti LGBTQ+ e il controllo su media e mondo accademico.
