La Pershing Square Capital di Bill Ackman ha annunciato di aver presentato un’offerta per l’acquisto di Universal Music Group valutando l’etichetta discografica di Taylor Swift e Bad Bunny oltre 63,48 miliardi di dollari. Il tutto con l’obiettivo di quotarsi negli Stati Uniti, in un’operazione volta a rilanciare il valore della più grande etichetta discografica al mondo.
Di base c’è un atto di accusa contro un titolo che, secondo Ackman, non riflette la forza industriale dell’azienda che ha in portafoglio star come Taylor Swift, Bad Bunny, Kendrick Lamar e Drake. Nel comunicato, il ceo di Pershing – uscito nei mesi scorsi dal board di Universal – mette nero su bianco il suo giudizio: «Il prezzo delle azioni di Umg è rimasto stagnante a causa di una combinazione di problemi non correlati alle performance del suo business musicale e, soprattutto, tutti risolvibili con questa transazione». Fra questi l’incertezza sul futuro della partecipazione del 18% detenuta dal Gruppo Bolloré nella società e la mancata corretta valutazione della partecipazione che Universal detiene nella piattaforma di streaming musicale Spotify.
La proposta prevede per gli azionisti Universal 5,05 euro in contanti per azione, per un esborso complessivo di 9,4 miliardi di euro, più 0,77 azioni della nuova società risultante dalla fusione. Il valore complessivo riconosciuto sarebbe di 30,40 euro per azione, con un premio indicato intorno al 78% rispetto al prezzo di riferimento precedente all’annuncio. Il mercato, almeno in prima battuta, ha applaudito: il titolo di Universal Music Group è schizzato a doppia cifra alla Borsa di Amsterdam, mentre a Parigi sono saliti anche Vivendi e Bolloré, azionisti chiave del gruppo.
Quella di Ackman è un’operazione che nasce da una conoscenza della situazione. Fino a maggio dello scorso anno sedeva nel consiglio di amministrazione di Universal e da tempo sosteneva la necessità di una quotazione negli Stati Uniti, convinto che Wall Street avrebbe garantito multipli, liquidità e visibilità superiori a quelli europei. Ora torna alla carica con un veicolo diverso e con un’operazione che, se andasse in porto, cambierebbe insieme geografia finanziaria e governance della major. Fra le ipotesi messe sul tavolo da Pershing c’è anche una nuova struttura societaria nel Nevada e la possibilità di rendere il titolo eleggibile per gli indici americani, a partire dallo S&P 500.
Resta il nodo politico dell’operazione. Perché Universal non è una public company qualsiasi. Nell’azionariato pesano Bolloré, Vivendi, Tencent, oltre alla stessa Pershing Square, assistita nell’operazione da Jefferies. E proprio la posizione del gruppo Bolloré viene letta da una parte degli analisti come la vera chiave del dossier: senza un suo sostegno, l’offerta rischia di restare una pressione pubblica sul board più che una strada praticabile. Altri osservatori, invece, vedono nella proposta la forzatura necessaria per costringere Universal a chiarire strategia, governance e uso della leva finanziaria.
