Non una vera e propria disfatta, ma di sicuro una ritirata continua, anche se per il momento ordinata. La dinamica ribassista che ha investito negli ultimi mesi il mondo obbligazionario e la speculare avanzata dei rendimenti dei titoli ha vissuto ieri una nuova puntata, riassunta nel dato catturato dall’indice Bloomberg che rappresenta i bond su scala globale: i tassi sono in questo caso ai massimi dal 2008 e superano anche i livelli raggiunti tre anni fa, quando l’inflazione era ben più elevata di adesso e le Banche centrali impegnate in un ciclo rialzista aggressivo per domarla.
Il punto sui bond
Le attese per le mosse della Federal Reserve, della Bce e degli altri istituti centrali sono in effetti ora come allora fra le ragioni alla base dell’aumento dei rendimenti, insieme al ritorno di fiamma dei prezzi collegato in primo luogo alla crisi in Medio Oriente e al rincaro delle materie prime energetiche (il petrolio Brent è risalito oltre 94 dollari al barile). A questi elementi si aggiunge stavolta il premio al rischio sempre più consistente che gli investitori chiedono agli emittenti sovrani per via dell’incertezza fiscale, che va a gravare soprattutto sulle scadenze più lunghe, e in misura per il momento inferiore la concorrenza esercitata dall’ammontare enorme di carta riversata sul mercato obbligazionario per finanziare gli investimenti nell’intelligenza artificiale.
Il risultato sui governativi è però sotto gli occhi di tutti: negli Stati Uniti i rendimenti viaggiano ai massimi dall’inizio dello scorso anno sulla scadenza decennale (4,77%) e addirittura al top dal 2006 per il trentennale (5,25%); il decennale giapponese ha toccato il 3% per la prima volta dal 1996, quello australiano è tornato sui valori del 2011 (5,18%); per concludere il trentennale britannico non raggiungeva il 5,86% dal 1998. L’Europa non è da meno, con il Bund tedesco a 10 anni al 3,35% (massimi a sua volta da 15 anni) e il BTp al 4,18%, sopravanzato ancora una volta di tre punti base dall’OaT francese condizionato dalla questione politica e finanziaria del Paese.
I possibili contraccolpi sulle Borse
A catturare l’attenzione ieri pareva non tanto il «bollettino di guerra» presentato dai tassi dei bond, quanto per una volta il suo riflesso nel campo dell’azionario. La discussione si fa infatti più accesa sul grado di tolleranza che le Borse possono avere nei confronti del caro-tassi dei bond. «Molti investitori considerano un rendimento del 5% sui Treasury statunitensi a 10 anni una soglia psicologica importante» osserva Mathieu Racheter, responsabile della ricerca strategica azionaria di Julius Baer, facendo tuttavia notare come storicamente i mercati siano stati in grado di assorbire aumenti graduali simili a quello attuale.
Fra gli esperti degli investimenti si sta del resto diffondendo l’idea che il movimento sui bond appaia tutto sommato controllato, non si configuri come un vero e proprio shock dei tassi e proprio per tale motivo non sia ancora preoccupante. «I rendimenti più elevati sono più propensi a rafforzare una rotazione, piuttosto che a porre fine al rialzo delle Borse» sottolinea semmai Racheter, convinto che gli investitori non debbano necessariamente abbandonare i titoli tecnologici o i vincitori strutturali nel settore dell’intelligenza artificiale, ma affiancarvi altre fonti di rendimento quali «i titoli value, in particolare quelli del settore finanziario e bancario».
