
Prima fase dei lavori completata entro il 2030
Il progetto sorge ad Abusera, nei pressi di Bishoftu, una quarantina di chilometri a sud di Addis Abeba. I lavori sono stati formalmente avviati il 10 gennaio e la prima fase dovrebbe essere completata entro il 2030, portando la capacità a 60 milioni di passeggeri l’anno. A regime si arriverà a 110 milioni, oltre a quasi 4 milioni di tonnellate di merci: numeri che trasformerebbero la capitale etiope in uno dei grandi nodi del traffico aereo tra Africa, Asia, Europa e Medio Oriente. L’aeroporto di Bole, che secondo il governo si avvicina ormai ai propri limiti, verrebbe progressivamente concentrato soprattutto sui collegamenti nazionali.
La corsa per i contratti
Bishoftu è qualcosa di più di una grande opera pubblica. Un hub di queste dimensioni significa piste, terminal e collegamenti ferroviari e stradali, ma anche sistemi di controllo del traffico aereo, telecomunicazioni, sorveglianza, sicurezza, gestione dei dati e un’enorme espansione della flotta di Ethiopian Airlines. Chi riuscirà a conquistare questi contratti non venderà semplicemente macchinari: potrà costruire relazioni industriali destinate a durare decenni.
La strategia cinese
Per la Cina il punto di partenza è favorevole. Imprese cinesi o joint venture a forte componente cinese rappresentano una parte consistente dei gruppi ammessi alle gare per i diversi pacchetti dell’aeroporto. Tra questi compaiono China Communications Construction Company, China Road and Bridge Corporation e China Civil Engineering Construction Corporation. Quest’ultima possiede inoltre un vantaggio non trascurabile: conosce già profondamente il sistema logistico etiope, avendo partecipato alla realizzazione della ferrovia elettrificata Addis Abeba-Gibuti, infrastruttura essenziale per un Paese senza accesso al mare.
Bishoftu si inserisce quindi in un terreno nel quale Pechino è presente da anni e nel quale le società statali cinesi hanno sviluppato capacità operative, personale, catene di fornitura e rapporti con le autorità locali difficili da replicare rapidamente. A questo si aggiunge il fattore prezzo: proprio la capacità delle imprese cinesi di presentare offerte competitive resta uno dei maggiori ostacoli al ritorno delle grandi società occidentali nelle infrastrutture africane.
