Industria e filantropia, l’esempio che viene dalla Turchia

Nel 1988, la Fondazione Koç creò a Istanbul il Liceo Koç, oggi tra i più rinomati del paese. Cinque anni dopo fondò, sempre nell’antica Costantinopoli, una università, ritenuta nelle classifiche mondiali la prima in Turchia. Nel 1998, per celebrare i 75 anni della Repubblica, la Fondazione Koç inaugurò 13 scuole elementari in tutto il paese. Oggi sono 21. Nel quartiere istanbuliota di Beyoğlu, la Biblioteca Atatürk fu finanziata dalla Fondazione Koç e oggi conta 500mila volumi.

Nel 1995, l’attività filantropica si è estesa alla ricerca scientifica, quando la fondazione acquistò l’Ospedale americano di Istanbul, con l’impegno di aprire sedi a Bodrum e a Smirne. Nel 2014 l’Università Koç di Istanbul ha aperto la propria clinica. Sul fronte culturale, la Fondazione Koç conta nel paese musei, pinacoteche e spazi espositivi. Dal 2011, il Metropolitan Museum di New York ospita due sale di arte ottomana, finanziate dalla Koç Holding.

L’impegno sociale della Fondazione Koç, che tra le altre cose promuove l’uguaglianza tra i sessi e distribuisce ogni anno borse universitarie, dà della Turchia una immagine diversa, più moderna e liberale di quella di un paese che flirta con l’autoritarismo, annacquando il laicismo alla Atatürk. Come è possibile? Ci siamo rivolti a Şevket Pamuk, autore di alcuni noti volumi di storia economica, tra cui A Monetary History of the Ottoman Empire (Cambridge University Press, 2008)

«Finora i Koç sono stati abili nel gestire il rapporto con il governo, pur continuando a finanziare generose opere filantropiche – spiega da Istanbul il professor Pamuk -. Negli ultimi anni il governo è diventato più aggressivo. Pur di controllare l’economia, costringe aziende private all’esproprio, spesso con motivazioni incerte. Il presidente è però cauto nel prendere di petto i Koç (…) In occasione di una recente polemica, Devlet Bahçeli, leader del partito nazionalista MHB e alleato del presidente Erdoğan, non ha esitato a difendere uno dei membri della famiglia Koç».

Sarebbe deleterio per il presidente inimicarsi un’azienda di cui il paese va fiero – ammesso che ne abbia il desiderio. Dopotutto, la società da sola pesa per l’8% dell’export turco. In giugno, Ömer Koç ha assicurato che il suo gruppo continuerà «ad abbracciare i valori della Repubblica laica». A modo loro, i Koç sono una impronta dell’era Atatürk, che nessuno (per ora) si azzarda a rinnegare tout court. In questo senso, sono forse anche un argine contro una ulteriore deriva della Turchia.

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