Nuovo attacco di Donald Trump all’Italia. In un post sul social Truth , il presidente americano ha scritto: «L’Italia non c’è stata per noi, noi non lo saremo per lei». Perché non ci siano dubbi sui motivi per cui accusa il nostro Paese, Trump allega un articolo dei giorni scorsi del Guardian che riportava la notizia del no dell’Italia all’uso delle base di Sigonella per gli aerei americani impegnati nella guerra in Iran.
Già nei giorni scorsi il presidente americano aveva criticato la premier italiana Giorgia Meloni per il suo sostegno al Papa, mettendo in dubbio il rapporto tra Washington e Roma.
La schermaglia social – nel contesto degli attacchi tra Israele, Usa e Iran – prosegue nel giorno in cui entra in vigore un cessate il fuoco di dieci giorni tra Libano e Israele. A Beirut, allo scoccare della mezzanotte, nei sobborghi meridionali della città sono risuonati spari di festeggiamento. Fino all’ultimo momento il conflitto è stato intenso: l’ultimo attacco rivendicato da Hezbollah contro truppe israeliane – riporta Al Jazeera – è arrivato a dieci minuti prima della mezzanotte, e Israele ha continuato a lanciare raid aerei fino a uno o due minuti prima dell’entrata in vigore della tregua. Il cessate il fuoco dichiarato condizione primaria da Teheran sembra aprire la strada a più decisivi colloqui tra Stati Uniti e Iran. Il presidente americano Donald Trump si è detto ottimista su un possibile accordo: «Penso che siamo molto vicini a fare un accordo con l’Iran», ha dichiarato ai giornalisti fuori dalla Casa Bianca, aggiungendo ieri in serata che la guerra «dovrebbe finire abbastanza presto».
La tregua rimane tuttavia fragile e già contestata. Hezbollah sembra aver cessato il fuoco, ma l’esercito libanese ha confermato violazioni israeliane, con colpi artiglieria che hanno bersagliato diversi villaggi del sud. Se si tratti di una violazione tecnica del cessate il fuoco resta da chiarire: il Dipartimento di Stato americano ha precisato che l’accordo consente a Israele di colpire Hezbollah a propria discrezione – interpretazione che non è condivisa in Libano, incluso dall’esercito libanese.
