Sta davvero per iniziare la fase finale del lungo riassetto bancario domestico o siamo davanti a una falsa partenza? «Tutte le strade del risiko bancario portano a Siena» ha dichiarato pochi giorni fa il ceo di Mps Luigi Lovaglio, accreditando l’ipotesi che qualcosa accadrà e che il Monte sarà il perno attorno a cui ruoteranno le prossime aggregazioni. Difficilmente però Mps potrà essere un soggetto attivo del risiko in tempi rapidi. In primo luogo perché la Vigilanza Bce vuole in via prioritaria che l’integrazione con Mediobanca, con o senza fusione, venga realizzata in modo efficace uniformando i sistemi informativi e garantendo alla capogruppo un adeguato presidio dei rischi. In secondo luogo Mps, nel caso di un aumento di capitale al servizio di un’Ops, non ha la certezza di ottenere dall’assemblea i due terzi dei voti a favore da parte dei soci data la contrapposizione emersa in sede di nomina del cda. Non a caso, sottolineano gli analisti di Barclays, un eventuale progetto di fusione tra il Monte e Banco Bpm potrebbe avvenire con più probabilità di successo se fosse la banca milanese a lanciare un’offerta su Siena. Uno scenario che, per avverarsi, dà per scontato che i francesi di Credit Agricole – che ormai detengono una minoranza di blocco nell’assemblea di Banco Bpm – diano il via libera all’operazione in cambio di una serie di contropartite (filiali, società prodotto, accordi commerciali).
Se è vero che tutte le strade portano a Siena, come sostiene Lovaglio, non è detto che sia solo Banco Bpm a volerne percorrerla. UniCredit resterà alla finestra o entrerà in partita, anche solo per sparigliare i giochi? Il tema delle strade per Siena, peraltro, non riguarda solo le due banche che hanno sede a Milano. Chilometricamente, per restare alla metafora viaria, la città del Palio è più facile da raggiungere da Bologna e da Modena, dove sono basate Unipol e la partecipata Bper. «Mai dire mai», ha risposto pochi giorni fa il ceo di Bper Gianni Franco Papa a chi gli chiedeva se la banca pensasse a nuove aggregazioni.
L’impressione è che, se davvero dovesse scattare la fase finale del lungo risiko italiano, nessuno dei protagonisti pensa di stare in disparte e proverà a giocare le proprie carte in una partita che non è solo bancaria ma riguarda anche l’assetto azionario delle Generali (di cui Mps, tramite Mediobanca, detiene il 13%). Si tratterebbe di una complessa risistemazione del sistema finanziario italiano, da realizzarsi oltretutto nell’anno che precede le elezioni politiche del 2027. Un contesto che ovviamente non rende impossibile un’operazione di mercato tra due grandi banche ma che certamente, rispetto ad altre fusioni viste in passato, la fa diventare più complicata.
