Un prologo, forse storico, ma per ora solo un prologo. Libano e Israele, che non hanno relazioni diplomatiche, hanno rotto il gelo e tenuto il loro primo incontro in decenni: due ore di colloqui tra i rispettivi ambasciatori a Washington, sotto gli auspici del Segretario di Stato Marco Rubio. Nessuna intesa immediata, nessuno stop all’offensiva militare israeliana contro Hezbollah nel Paese, ma dichiarazioni positive delle parti. E l’impegno a continuare su un cammino diplomatico, ad avviare negoziati bilaterali.
Il Dipartimento di Stato, in un comunicato, ha definito il meeting una «produttiva discussione su passi verso il lancio di diretti negoziati». Un linguaggio che segnala le possibilità aperte, ma che indica anche quanti difficili passaggi siano necessari.
Rubio ha parlato di «occasione storica», di passo verso una «permanente conclusione di 20 o 30 anni di influenza di Hezbollah in questa parte del mondo». Formalmente Libano e Israele sono in uno stato di conflitto dal 1948, dalla nascita dello Stato Ebraico.
«Siamo dalla stessa parte, noi e i libanesi, il male di Hezbollah deve essere eradicato», ha detto l’ambasciatore del governo di Benjamin Netanyahu, Yechtiel Leiter. «Mi dà speranza il fatto che il governo libanese ha chiarito che non vogliono più essere occupati da Hezbollah». ha continuato: «Sono state fatto alcune proposte, alcune raccomandazioni, le porteremo ai nostri governi e torneremo nelle prossime settimane, continueremo i colloqui, probabilmente a Washington».
Dall’ambasciatrice libanese, Nada Moawad, sono stati scelti toni più prudenti. Ha parlato di un incontro preliminare «costruttivo». Ma ha anche ribadito le richieste di Beirut, oggi anatema per Israele: un cessate il fuoco nel Paese, dove Israele ha diminuito l’intensità degli attacchi sulla capitale ma non nel resto del territorio, il ritorno di oltre un milione di sfollati, aiuti umanitari e integrità territoriale della nazione, oggi in parte, al Sud, occupata dalle forze israeliane.
