Troppo presto per muoversi. In qualunque direzione. La riunione di aprile della Federal reserve non prevede sorprese: molti governatori si sono espressi per mantenere i Fed Funds Rates al 3,50-3,75%. Le proiezioni di marzo, del resto, puntavano a una mediana del 3,375% per fine anno (ossia (3,25-2,50%), corrispondente a un solo taglio dei tassi da ora fino a dicembre. Le incertezze sulla guerra del Golfo, sulla possibilità di aprire per tempo non solo e non tanto lo stretto di Hormuz, ma l’estrazione e la raffinazione del petrolio pesano sulle prospettive ed è molto chiaro come il rincaro dei soli carburanti possano rapidamente diffondersi su tutti i prezzi creando una vera e propria inflazione, associata spesso a una recessione: secondo una nota analisi puramente empirica tutte le recessioni Usa sono state precedute da un aumento del costo dell’energia.
Inflazione ancora superiore all’obiettivo
I rincari del petrolio possono mettere i banchieri centrali di fronte a un dilemma difficile: aumentare i tassi frena l’inflazione ma comprime anche la crescita, e viceversa. Al momento, tra investimenti in IA, nella difesa e gli stessi aumenti del greggio (gli Usa sono esportatori netti) non sembrano dare immediati problemi sul fronte dell’occupazione. A preoccupare può essere piuttosto l’inflazione. I dati sull’indice Pce non sono freschissimi: si fermano a febbraio e soltanto il 30 aprile si conosceranno i dati di marzo. Al momento l’indice risulta in crescita del 2,8% (3,0% l’inflazione core), livelli dai quali non sembra volersi sganciare.
Aspettative in lieve rialzo
Più delicata, ma ancora non decisiva, la situazione delle aspettative di inflazione, che puntano verso l’alto. Se gli inflation rate swap restano vicini al 2,26%, i break even a cinque anni – relativamente volatili in questo periodo – sono risaliti al 2,62%, e i break even a 10 anni si sono portati al 2,44%, il massimo da agosto 2025. Le aspettative misurate attraverso sondaggi dalla Università di Michigan sono salite leggermente al 3,8% a marzo (ma erano al 4% a gennaio).
Nowcasting surriscaldato
Le misure di nowcasting della Fed di Cleveland puntano ora a un’inflazione Pce del 3,6% per aprile e del 3,39% per maggio, con una core rispettivamente al 3,17% e al 3,10%: sono dati strutturalmente provvisori, ma sono decisamente più elevati delle ultime letture ufficiali. Il dashboard della Fed di Atlanta – che indica le pressioni sottostanti sui prezzi – mostra in realtà, per inflazione complessiva e core, una situazione decisamente migliore rispetto a pochi mesi fa, anche se un solo indicatore dei 18 disponibili è ormai nel range considerato “normale”. A pesare davvero però è più l’incertezza del futuro che le attuali pressioni sui prezzi.
In attesa di una «chiusura»
La situazione del mercato del lavoro non è del tutto tranquillizzante: il presidente Jerome Powell – che a maggio chiude la sua presidenza ma potrebbe restare nel board – ha più volte avvertito che l’apparente stabilità nasconde in realtà una parallela riduzione della domanda di lavoro, da parte di aziende in difficoltà, e di offerta di lavoro, per la riduzione e l’inversione dei flussi di immigrati. Non è un problema risolvibile, però, con gli strumenti della politica monetaria, che in questa fase non può che concentrarsi sull’inflazione, nel tentativo di individuare il momento giusto per poter davvero intervenire minimizzando i danni o, in alternativa, la fine della crisi militare.
