Erano partiti dagli Stati Uniti come deportati e sono morti sotto le macerie di un hotel a La Guaira. Un gruppo di quasi 150 venezuelani rimpatriati dall’amministrazione Trump si trovavano da poche ore in Venezuela quando il sisma ha colpito la costa settentrionale del Paese. Dall’albergo dove erano stati sistemati dalle autorità statali in attesa del disbrigo delle pratiche burocratiche sono usciti vivi in dodici.
Il sisma
Il contesto in cui è maturata questa vicenda è quello del peggior terremoto venezuelano da oltre un secolo. Il 24 giugno due scosse ravvicinate — magnitudo 7,2 e 7,5 — hanno colpito il nord del Paese a pochi minuti di distanza l’una dall’altra.
Anche minori nel gruppo
Il gruppo di deportati — circa 125 uomini e una ventina di donne, compresi anche sette minori — era arrivato su un volo da Miami all’aeroporto Simón Bolívar di Maiquetía, a pochi chilometri dall’epicentro. Le autorità venezuelane li avevano trasferiti all’Hotel Sanitario La Llanada, struttura gestita dalla Fondazione Misión Hipólita, ente dipendente dal governo di Caracas, in attesa delle procedure di regolarizzazione. L’hotel è crollato insieme a decine di altri edifici della zona.
La denuncia delle famiglie dei deportati
Le famiglie dei deportati denunciano di non aver ricevuto alcuna informazione ufficiale sui corpi dei loro cari e chiedono l’invio urgente di squadre di soccorso. Le autorità venezuelane non hanno pubblicato elenchi di vittime né un bilancio specifico per questo gruppo. A parlare, per ora, sono solo le testimonianze dei soccorritori e dei parenti dei dodici sopravvissuti.
La vicenda si inserisce in un quadro politico già segnato da tensioni profonde tra Washington e Caracas. A gennaio 2026 un’operazione militare statunitense aveva portato all’arresto e alla deportazione del presidente Nicolás Maduro, aprendo una fase di transizione guidata dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez.
